Teatropersona / TRATTATO DEI MANICHINI PDF Stampa E-mail

TEATROPERSONA
Trattato dei manichini

con:
Valentina Salerno
Marco Vergati
Ludovica Andò
Andrea Castellano

regia
Alessandro Serra

 

Fui riposto treenne in un collegio.
E in una notte come questa, trent’anni dopo, il ritorno.
Sei tornato?
Silenzio.
Sei tutto bagnato, vai ad asciugarti che alle sette c’è la messa. Quant’è che non ti confessi? Silenzio.
Trovare la chiave d’accesso all’infanzia, nella memoria onirica se il caso, e secondo le leggi anamorfiche del sogno. Drammaturgia è l’incidente esterno al sogno che contrasta e devia la vita onirica. Un fatto fisico, qualcuno che ci accarezza mentre dormiamo, o il lenzuolo che ci avvinghia le gambe tradotto in chissà quale essere mostruoso che ci assale e trascina giù, o la sveglia che suona trasformata in campanella da ricreazione.
Il ritorno atemporale all’infanzia è un sogno che non si può raccontare, un nulla a cui nessuno crederà, ma un nulla visibile, contemplabile, confezionato con le immagini della realtà.
Alla ricerca di una nuova qualità del nostro muoversi in scena, rivendicando l’assoluta impertinenza del concetto logoro di personaggio a vantaggio del sogno della supermarionetta abbiamo incontrato lo stop motion. Ce ne serviamo per eccitare l’aria, per farla vibrare senza l’ausilio di artifici, ma col calore emesso dal corpo dell’attore. La tecnica cinematografica consiste nel fotografare il soggetto circa 24 volte al secondo, dopo ogni foto l’operatore muove il pupazzo. Ne consegue che per realizzare un secondo di film occorre muovere il pupazzo 24 volte. Nello stop motion non vi è relazione diretta tra pupazzo e manovratore (come nelle marionette o nei burattini), il movimento non è dell’uomo ma paradossalmente del pupazzo stesso. L’uomo muove e se ne va, come il regista, è in sua assenza che si crea il movimento, quando egli non agisce più e risparmia gli spettatori dalle pietose riverenze in proscenio. E’ una partita a scacchi con Dio in cui l’azione corrisponde alla sospensione temporale all’interno del movimento, fatto non percepibile all’occhio ma in grado di sedurre e accogliere lo spettatore. Il movimento è una costante vibrazione, la luce stessa è come eccitata con un ritmo che s’accorda col battere delle ciglia di chi guarda e col respiro.
Il materiale non è il disegno ma il dramma degli impulsi che s’affrontano come nello schiudersi di un guscio. Cogliere queste creature nell’atto di sbocciare. La crisalide: uovo – baco – larva - farfalla, non sono quattro immagini distinte ma una sola con differenti linee temporali. Cerchiamo l’acme della persona, il fatto fisico, empatico, emancipato dalla storia e dalla psicologia salottiera. Quando si è investiti da un’immagine che ci guarda e non si sforza di raccontare poiché in quel dato istante continua a rivivere simultaneamente il proprio ciclo vitale.
La visitazione alla propria infanzia non è un fatto personale, riguarda tutti noi. Una volta aperti gli occhi si resta esterrefatti nel vedere un’unica dolorosa iniziazione alla vita: imperscrutabile grido che è paura e al contempo gioia incontenibile.

 
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