Autobiografia della vergogna (Magick) PDF Stampa E-mail

Autobiografia della vergogna (Magick)

PRODUZIONE Teatro di Roma IN COLLABORAZIONE CON Armunia - Festival Costa degli Etruschi, Rialto Santambrogio

UNO SPETTACOLO DI Lucia Calamaro
CON Benedetta Cesqui, Monika Mariotti, Lucia Calamaro
LUCI Gianni Staropoli

Scrivo/racconto la storia di mia madre e mio padre e in parte la mia biografia per lo più giovanile perché appartengono tutti e tre, in modo diverso, a una vita che non riesco più a riconoscere né come mia né come reale, sebbene mi sia empiricamente familiare. Una vita di cui, in generale, mi vergogno e basta. Da cui ho ereditato un certo numero di incidenti, tra cui il mio incontro, protratto, con un mago, Georges. Mia madre, Laura, toscana, minuta, bella donna, scesa alla capitale da un paesino del marmo di Carrara, è morta di un Alzheimer precoce venti anni fa a cinquant’otto anni. È morta sola e lontano, senza capire una parola, in esilio, in una clinica per malati terminali a Montevideo, Uruguay. Mio padre Ennio, ha settantasei anni e vive in Argentina sempre a bordo piscina, ma io dico a mio figlio che suo nonno è con gli angioletti e non ho più alcun rapporto con lui. Da quando sono madre ho smesso, e con evidente giovamento, di essere figlia. Questa è la loro storia, in parte la mia. Quella di mia madre infelice e basta, senza appello. Una sfortuna epica la sua, irreale e definitiva. Tutto esagerato e ingiusto. Di che motivare chiunque a non rinascere. Quando parlo di me, è per parlare di lei, perché parlare di questa donna, Laura Marchi, non si può. Non ha lasciato tracce se non nella discendenza. Senza che nessuno se ne accorgesse, è stata fatta a pezzi, poi mangiata, dalla sua stessa vita. Un curioso processo di autocombustione. Di lei non è rimasto niente. Mio padre se l’è cavata meglio. Ennio Marco Quirino Calamaro, abitato da un sorprendente rimbalzo sul dolore, sfacciatamente fortunato nella sfortuna, vive da sempre in un’operetta, con tutt’al più picchi di melodramma. Sentimentale, vanitoso, di buon carattere, egoista, narciso, niente lo tocca davvero, salvo se stesso. Buon per lui. Io mi sono arrotolata su me stessa per anni, incartandomi, cadendo o reggendomi in piedi come potevo, appoggiandomi a volte in posti davvero strani. Come quello in cui si muove e vive questo
Georges. Luogo, il suo, di cui ricordo davvero poco. Luogo in cui, da cui, mi tocca certa indefinibile vergogna. Emozione sociale, complessa, difensiva che, ho scoperto di recente, non cancella ma copre. Vergogna che in fondo conserva tutto. Onde poi evitare. Che non sempre repetita juvant.

 
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