Tumore PDF Stampa E-mail

TUMORE, UNO SPETTACOLO DESOLATO
Scritto e diretto da Lucia Calamaro
Con
Benedetta Cesqui – La Madre
Monika Mariotti – La Dottoressa
Disegno luci: Marco Fumarola

Durata 80 minuti

A Virginie Larre,

Questo è uno spettacolo di cui ancora ignoro la natura.
Soprattutto ora, che definitivamente uscito da me, ha vita propria.

So solo che volevo uno spettacolo profondamente tragico che mi si trasforma tra le mani in qualcosa che malgrado me, lo è sempre meno. O diverso da come, nella totale libertà dell’immaginare, mi era apparso.
E allora comincio a dirmi che c’è un’ironia che è risultato di desolazione, negazione, privazione, perché cerco di raccontare l’itinerario indicibile di un malato terminale.

Rinasce da pochi anni un’antica pratica istituzionale: l’accompagnamento.
Rimanda all’Ars moriendi, alle Confraternite della buona morte, agli Hotels-Dieu: come se gestire la morte fosse affare più proprio del Medioevo che di altre epoche. Come se col tempo, oltre che paradossalmente edonistici, fossimo diventati anche immortali.

Siamo qui.
In un piano d’accompagnamento e di cure palliative di un ospedale X.
E’ il luogo tecnico medico dove vanno a morire i malati terminali.
Un posto strano. Ed è qui che vivono la Madre della Paziente e la Dottoressa.
In questa culla di nature ibride, dove tra i mezzi vivi, mezzi no, ingrossa e cresce il vuoto.
E’ un non-luogo, non assomiglia a niente, e per la sua natura di portale di passaggio, alimenta con parole buie il mistero e la paura.

Formule magiche sono pronunciate ad allargare i limiti della conoscenza.
Elisir, miracoli d’arte varia, preghiere, poi un’ultima operazione impossibile, scettico appiglio risolutivo che la medicina tende allo spirito. Infine la resa ad un corpo invaso che non ha più tempo.

Fin qui il Primo Atto.
Poi c’é un intervallo.
Poi un Secondo Atto.

Il Secondo Atto comincia nella Sala di Conforto: una stanza adibita al ristoro di familiari e amici. Giornali, due chiacchere, cibo: si recupera familiarità con la vita. Ci si prova. O si fa finta. Ma é proprio qui che la storia si blocca. E da dentro. La cosa subisce un sabotaggio, dall’intimo. Lo spettacolo s’inceppa, le sue funzioni vitali si sovrappongono. La storia si sgretola e la cosa imbocca una piega diversa che, gira gira, si morde la coda. A richiamo e immagine di ben più metabolici disordini d’irrazionale natura, e di ben altri, irrisolti, nemici interiori.

L.C.

 

 

 

 

 
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