24/07/2026 -> 31/07/2026
Auditorium Danesin - Rosignano Marittimo
Teatro
un progetto per spazi urbani e per spazi teatrali sulla variazione di mito di B. Brecht
Antigone di Brecht -1947- parla del suo presente e alla sua gente, e potrebbe altrettanto
facilmente, ora, parlare del nostro oggi, e alla nostra gente: anche noi viviamo in una umanità disumana. Questo la rende, per me, pericolosa e difficile da mettere in scena.
Sento che se le chiedo, se accetto la seduzione, di raccontare il presente, la metto così vicina ai miei occhi che la perdo, non la vedo più, e non vedo più quello che sta davvero davanti a me, come quando avvicino una mano agli occhi fino a trasformarla in una macchia scura. Ma qual è la giusta distanza? Come la trovo negli spazi borghesi dove per forza di cose lavoreremo, così privi di aria, della grandezza che serve al mito? Perché io non voglio sovvertire le leggi di rappresentazione di questo materiale dove sono le parole a costruire i fatti, ma voglio a questi fatti dare corpo e i corpi sono nello spazio e lo trasformano, e trasformano il tempo. In Antigone la morte di Polinice è già avvenuta, il decreto di Creonte è già stato pronunciato, quello che effettivamente accade dal momento in cui la tragedia si apre perde la connotazione del tempo che conosciamo, le distanze si annullano in questo precipitare, il corpo in putrefazione è vicino, la grotta è vicina, vicinissima, e così il campo di battaglia: il personaggio che deve raccontare ciò che vi accade è già sulla scena a trasformarlo in una cosa passata. Come fare allora a rispettare la tragedia se gli spazi a noi contemporanei ospitano di fatto una narrazione lineare con i fatti in successione temporale?
Ho visto, nella bellissima mostra delle opere di Beato Angelico un Trittico e, nel cercare di ricostruire la successione degli avvenimenti rappresentati e la gerarchia dello sguardo che chiedono, ho pensato potesse diventare un passaggio compositivo che può stare tra la Tragedia e l’oggi: è un modo molto speciale di lasciare la contemporaneità dei fatti e raccontare comunque un prima e un dopo. Nel Trittico al centro sta il fatto principale (Antigone nell’atto della sepoltura verrebbe rappresentato lì), e questo atto è conseguenza di ciò che ha comportato la guerra, ma è fondamento di ciò che accade ora, ma anche premessa, o promessa di un futuro diverso. Quante volte devo rappresentarlo perché abbia la stessa forza che ha nel trittico l’immagine al centro Come muore Polinice è un antefatto o una precondizione, sta a sinistra o in basso o in alto, rispetto al centro? E la guerra, come trovo il modo di farla essere presente, sempre presente?
Nella sua Antigone Brecht introduce un’innovazione sostanziale che sposta il registro interpretativo dell’opera sul piano ideologico: l’antefatto e la circostanza nella quale agiscono i personaggi è come in Sofocle la guerra, ma qui è guerra di conquista, guerra di occupazione, scatenata per motivi economici: Creonte vuole le terre di Argo. E ancora: Eteocle e Polinice non sono morti combattendo fra loro per il trono, ma combattendo nello stesso esercito Tebano, l’uno, Eteocle, con valore, l’altro, Polinice, mentre fuggiva, mentre “disertava”. Poiché la guerra è il fondamento del potere di Creonte egli identifica nella viltà di Polinice un reato simile al tradimento.
Il decreto di Creonte e l’opposizione di Antigone acquistano perciò un nuovo significato. E se il tiranno (così lo definisce Brecht) è disposto a perdonare Antigone in cambio di un atto di pentimento e sottomissione, Antigone difende il suo atto come un esempio di rifiuto che si contrappone al suo terrore. E dare un esempio non è più una opposizione individuale ma politica, come evidenzia Cesare Molinari. E un esempio, un atto politico, lo dà anche Creonte quando impicca in piazza chi ha tradito. Ci troviamo dunque di fronte alla tragedia politica della “responsabilità” alla quale nessuno sfugge. Tutti hanno le mani sporche. C’è un verso nel primo intervento dei Vecchi che è stato tradotto diversamente da Antonio Vannini e da Mario Carpitella, il primo ci dice che essi stanno aspettando i carri pieni di bottino, il secondo che li vorrebbero “pieni dei nostri”. Soldi o uomini? Avevo scelto uomini, ma via via che lavoro penso sia più crudele ma più giusto parlare di bottino.
Prevedo una scaletta di lavoro così composta: primo studio LA FAMIGLIA, secondo studio LA GUERRA, terzo studio LA MORTE.
Renata Palminiello
adattamento Renata Palminiello e Alessio Pellegrini
sulla traduzione di Mario Carpitella
regia Renata Palminiello
con Carolina Cangini, Marcella Faraci, Sena Lippi, Carmela Locantore,
Mariano Nieddu e Biagio Tumino
costumi Aurora Damanti
suono Francesco Giubasso
luci Emiliano Pona
in collaborazione con Centro di residenza della Toscana (Armunia/Capotrave Kilowatt)